FAQ Domande frequenti


Che cosa sono i laboratori espressivi?


I laboratori espressivi sono percorsi di formazione della persona che stimolano la sua voglia di creare e comunicare. I laboratori espressivi riattivano la sensibilità, l'attenzione ai dettagli, la percezione dell'insieme, le emozioni. Stimolano la creatività, partendo dalla naturale espressione corporea. Utilizzano la parola quando necessario o quando i partecipanti ne sentono la necessità. I laboratori espressivi attraversano il racconto: narrare storie, anche semplici, può essere fatto con o senza il linguaggio articolato. I laboratori espressivi si pongono come fine il prendersi cura di sé per cercare la bellezza nella propria espressività. Sono percorsi della persona insieme ad altre persone.


Su che cosa si basano i laboratori espressivi?


Su strumenti e tecniche teatrali. Lo scopo non è fare teatro, lo scopo è esprimere se stessi, creare, raccontare usando il teatro. Il lavoro si fonda su una formazione personale condivisa con le persone che ne condividono il percorso. Perché ciascuno possa guardare dentro se stesso quel che già possiede, ma che forse non sospetta, o non ricorda, di avere. A che servirebbe imparare a stare in scena, se non avessimo una ragione per starci?


Se non ho mai avuto esperienza? 


Va benissimo. L’idea è di entrare in un ambiente dalle possibilità infinite, ma senza l’assillo della prestazione: ci focalizzeremo sulla persona prima di tutto.


Se ho già esperienza?


Può essere un'occasione per sospendere il proprio repertorio e pensare al teatro prima come persona e dopo come attore.


È teatro terapia?


No.

Per due ragioni:

  1. non ci interessa partire dal presupposto che ci sia qualcuno da guarire da qualche patologia: ci sono altre sedi e altri specialisti per questo;
  2. il principio di fondo non sta nel dover fare una cosa per cercare di star bene, ma risiede nel piacere del fare quella cosa perché ci nutre, ci permette di crescere e di scoprirci e conoscerci meglio nella nostra unicità.

Devo mettermi in gioco??


È un'espressione che non amo. Trovo che sia ormai tanto abusata da aver forse perso di senso.

Che cosa si intenderebbe con l'espressione "mettermi in gioco"? Forse arrischiarmi a fare qualcosa che mi richiederebbe fatica e mettendomi in difficoltà? A dire il vero, la vita sembra costringerci a farlo quotidianamente. E allora perché andarsi a cercare altra fatica?

Oppure "mettermi in gioco" potrebbe voler dire che dovrei vincere la mia timidezza e gettarmi a fare cose che mai mi sognerei di fare vivendo profondi imbarazzi? Beh, prima di tutto: perché soffrire? Perché dovrei vivere situazioni tragicamente imbarazzanti? E poi, una volta per tutte, che male c'è nella timidezza?

Allora "mettermi in gioco" non potrebbe voler dire che... mi metto a giocare? Qualcuno protesta: troppo letterale come spiegazione! Eppure, non è che a pensar semplice a volte ci si prende?

Per come la vedo io, se devo mettermi in gioco, mi va proprio di... giocare! Giocare a quel che mi va di giocare. Calcio, tennis, nascondino, caccia al tesoro, monopoli, briscola... Tutto, insomma, purché non mi costi sofferenze impreviste, ma anzi mi faccia stare bene e non mi faccia pentire di aver iniziato a giocare.

Insomma, giocare a fare il teatro per divertirmi, stare bene, ridere, riflettere, apprendere, condividere, confrontarmi, sognare, inventare...


Quanto dura ogni incontro?


Almeno due ore per ciascun incontro. Si possono prevedere incontri intensivi di una intera giornata. Per i bambini della scuola primaria, gli incontri non superano i 90′.


Con che frequenza?


Per incontri dai 60′ ai 180′, l'ideale è due incontri a settimana, oppure, come minimo, un incontro a settimana (possibilmente senza pause che interrompano il ciclo).

Per incontri di una intera giornata, può andare una frequenza mensile o quindicinale.


In concreto che cosa si fa?


Ad ogni incontro si inizia con esercizi semplici di riscaldamento corporeo e di affiatamento del gruppo. Seguono giochi specificamente studiati per scoprire che cosa si può fare con quelle parti di sé che non si è abituati ad usare. Come, ad esempio, le mani in modo espressivo, o la posizione del corpo in relazione all'altro. O anche solo l'ascolto. Ascoltare con l'orecchio, ma anche con gli occhi senza guardare direttamente. Quindi riuscire a percepire gli altri senza per forza guardarli. Le attività non richiedono bravura: il risultato non sarà né bello né brutto, né giusto né sbagliato, ma il risultato sarà completo, finito, o da completare e da finire. È IMPORTANTE CHE NON CI SIA L'ASSILLO DELLA PRESTAZIONE. Dopo le attività, si condividono a caldo le impressioni, le emozioni e le idee su quanto si è fatto.


È difficile?


Per nulla, anzi il percorso è graduale e rispetta i tempi delle persone e del gruppo. Sarete costantemente guidati e assistiti nel concentrarvi sul punto focale di ogni attività. Le attività sono sempre commisurate alle reali possibilità fisiche delle persone presenti.


È previsto uno spettacolo?


Dipende da come è strutturato lo specifico laboratorio e dai desideri del gruppo che si sarà venuto formando.


Gli incontri sono aperti al pubblico?


No, di solito sono a porte chiuse, riservati ai corsisti. Salvo esigenze diverse espresse da tutti i partecipanti.


Bisogna studiare?


Di solito no. Solo alcuni laboratori specifici richiedono lo studio a casa, ma è sempre indicato esplicitamente.


Come mi vesto?


Comodo. Ad esempio, tuta, maglietta, felpa… e poi scarpe ginniche o calzari mimo o calze antiscivolo. Se il luogo e le abitudini personali lo permettono, anche a piedi nudi. In ogni caso: vestiti a strati!

Portare propria acqua da bere.


Quali sono gli scopi?


Ognuno di noi ha potenzialità espressive, comunicative, creative e riflessive. Per il bambino tutto questo è ancora naturale. Si tratta allora di afferrare le naturali disposizioni del bimbo per permettergli di esprimersi insieme ai suoi pari.

Il divenire adulti può invece depositare veli che rischiano di nascondere a noi stessi quanto resta inespresso.

In un laboratorio espressivo ci si può sorprendere di come il dialogo fra persone possa avvenire da sé, anche senza linguaggio articolato. Nulla di esoterico: lo fanno i bimbi, possiamo riscoprirlo e farlo anche noi adulti.

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